
È probabile che Talcott Parsons
(1902-1979) possa essere
considerato il sociologo più influente mai vissuto. Egli
è infatti il
punto di riferimento necessario per l’intera corrente dello struttural-funzionalismo
nordamericano, per circa un trentennio orientamento egemone della
sociologia mondiale: se mai è stato possibile parlare di una
sociologia, ciò è accaduto proprio a proposito
del periodo della supremazia funzionalista.
Il suo teorizzare parte dal desiderio di
superare la netta opposizione tra
olismo ed individualismo
che si è vista caratterizzare a tutt’oggi il
dibattito sociologico, ma
raggiunge risultati senza dubbio collocabili tra le visioni ispirate al
primo dei due. Americano, egli si pone essenzialmente il problema dell’integrazione
sociale, cioè della coesione e
stabilità di
una società. Se si riflette sulla peculiarità
della società americana,
ossia il suo essere costituita da gruppi eterogenei e disposti su una
rigida scala gerarchica, risulta evidente la preminenza di questo
ordine di considerazioni per un sociologo operante in una tale
realtà:
riuscire a gestire il famoso
melting pot senza farlo esplodere è per
la sociologia americana una necessità più che una
scelta.
Parsons inizia a costruire il suo sistema attraverso una ricognizione
mirata del pensiero dei principali autori europei, approfondito durante
un soggiorno di studio nel Vecchio Continente. La lettura da lui
proposta dei contributi di Weber, Pareto, Durkheim ed altri
è tuttavia
già profondamente orientata dal suo scopo euristico e
culmina con la
formulazione dell’ipotesi di un sistema sociale dove il
conflitto non
ha alcun posto ed ogni elemento svolge un’attiva funzione di
sostegno e
stabilizzazione dell’insieme. Fedele al progetto iniziale,
egli pone
alla base dell’intera visione l’azione del singolo,
volta alla
persecuzione di un fine, orientata dalla necessaria
interazione con gli altri ed inquadrata in una situazione
specifica e da un particolare orientamento normativo.
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