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30-04-2006

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Ora una legge giusta


di Umberto Veronesi



Di quello straordinario documento pubblicato la settimana scorsa da 'L'espresso' in cui il cardinale Martini e il professor Marino, entrambi con onestà intellettuale e coraggio etico, mettono a confronto le proprie idee su alcuni temi che toccano la coscienza dell'uomo moderno, fino a volte a lacerarla, mi ha colpito prima di tutto il titolo: 'Dialogo sulla Vita'. Perché sia che si parli di fecondazione artificiale, o di Aids, o di aborto, o di eutanasia, è sempre della vita dell'uomo che si parla, e della dignità dell'uomo che va rispettata anche quando questa vita va spegnendosi.

Certamente quello dell'eutanasia, come convengono sia l'uomo di fede sia l'uomo di scienza, è un problema lacerante per la sensibilità di molti, perché c'è una grande difficoltà ad accettare che si spenga la vita. Ma la fine della vita ci riguarda tutti, ed è un tema che non si può nascondere, ignorare o mistificare. Credo che dibattiti come quello tra il cardinale Martini e il professor Marino, alla ricerca di punti di incontro condivisibili e non di steccati ideologici, portino a una presa di coscienza, e la riflessione sul dolore e sulla morte, e sulle circostanze che accompagnano il morire e lo rendono troppo spesso intollerabile, diventa un argomentare il più possibile partecipato.

Come ho sostenuto in altre occasioni, io credo che il diritto di morire con dignità è, come tutti i diritti della persona, un diritto che fa capo unicamente al soggetto, nell'ambito di quel concetto onnicomprensivo che è il diritto di ogni uomo all'autodeterminazione, cioè di libertà. E il primo passo verso il riconoscimento di questo diritto è quello di dare valore giuridico alla volontà del soggetto espressa liberamente e coscientemente, cioè al 'testamento biologico', o volontà anticipate, chiamate anche biocard, carta di autodeterminazione, living will. Per ora diversamente da altri paesi europei in Italia, il testamento biologico ha la possibilità di essere preso in considerazione soltanto attraverso un passaggio che non è giuridico, ma deontologico, vale a dire se i medici curanti ravvisano nelle terapie che dovrebbero essere praticate il carattere di 'cure inappropriate', in quanto il malato è giunto alla fine della vita e non può guarire. Si tratta evidentemente di un criterio discrezionale (la decisione di sospendere le cure può cambiare da medico a medico) e quindi si avverte l'esigenza di una legge che tuteli l'inalienabile diritto del malato a decidere come morire.

Le direttive anticipate dovrebbero essere l'estensione di quella cultura del consenso che lentamente sta entrando nella società italiana, e che è stata anche registrata dal Codice deontologico dei medici, il quale con l'articolo 34 afferma che "il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, non può non tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso". In Italia, secondo il Comitato nazionale di bioetica, che ha cercato di semplificare al massimo il problema, le direttive anticipate potranno essere scritte su un foglio firmato dall'interessato, e non solo i medici ne dovranno tenere conto, ma dovranno giustificare per iscritto le azioni che violeranno questa volontà. A mio giudizio, i tempi sono maturi perché si passi dal piano etico al piano giuridico, tanto più che il problema è universalmente sentito e che l'appoggio dato al disegno di legge presentato al Parlamento tre anni fa è stato trasversale agli schieramenti, perché si tratta semplicemente di rispettare il desiderio di non dover subire cure inutili e penose.

Il testamento biologico tuttavia non esaurisce il problema.È dal diritto a disporre della propria vita ed è partendo da questo principio generale di libertà che vanno considerate le richieste che un malato può rivolgere ai medici se si trova in uno stato di grave sofferenza e di malattia inguaribile: il rifiuto di cure in eccesso, la richiesta di essere aiutato e assistito ad accelerare una morte senza sofferenza che viene data per pietà. Ma alla luce della ragione e della mia lunga esperienza di medico mi chiedo: ci sono differenze tra 'lasciar morire', 'aiutare a morire', 'provocare il morire'? Sul piano della legge e della deontologia queste differenze possono valere ai fini del codice penale e del codice di deontologia professionale, ma non lo sono sul piano filosofico ed etico: rispondono tutte allo scopo che si persegue, cioè quello di abbreviare con un atto di pietà le sofferenze del malato.

La tanto citata ma poco conosciuta legge olandese al comma 1 dell'art. 293 recita: "Chi intenzionalmente toglie la vita a un'altra persona per rispondere alla sua richiesta espressa e sincera, è punito con la reclusione non superiore ai 12 anni". E al comma 2: "Il fatto previsto sopra non è punibile se è stato commesso da un medico che rispetti i rigorosi criteri indicati dalla legge relativa al controllo dell'interruzione della vita su richiesta del paziente". Come si vede l'etica di fine vita suggerisce il soccorrevole atteggiamento che ascolta la volontà del malato. Se aumentare la quantità di vita non è più praticabile perché i giorni, le ore e i minuti portano al malato soltanto dolore e sofferenza, il medico consapevole e umano deve rispettare la dignità del malato.





 
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