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Ora una legge giusta
di Umberto Veronesi
Di quello straordinario documento pubblicato la settimana scorsa da
'L'espresso' in cui il cardinale Martini e il professor Marino,
entrambi con onestà intellettuale e coraggio etico, mettono a confronto
le proprie idee su alcuni temi che toccano la coscienza dell'uomo
moderno, fino a volte a lacerarla, mi ha colpito prima di tutto il
titolo: 'Dialogo sulla Vita'. Perché sia che si parli di fecondazione
artificiale, o di Aids, o di aborto, o di eutanasia, è sempre della
vita dell'uomo che si parla, e della dignità dell'uomo che va
rispettata anche quando questa vita va spegnendosi.
Certamente quello dell'eutanasia, come convengono sia l'uomo di fede
sia l'uomo di scienza, è un problema lacerante per la sensibilità di
molti, perché c'è una grande difficoltà ad accettare che si spenga la
vita. Ma la fine della vita ci riguarda tutti, ed è un tema che non si
può nascondere, ignorare o mistificare. Credo che dibattiti come quello
tra il cardinale Martini e il professor Marino, alla ricerca di punti
di incontro condivisibili e non di steccati ideologici, portino a una
presa di coscienza, e la riflessione sul dolore e sulla morte, e sulle
circostanze che accompagnano il morire e lo rendono troppo spesso
intollerabile, diventa un argomentare il più possibile partecipato.
Come ho sostenuto in altre occasioni, io credo che il diritto
di morire con dignità è, come tutti i diritti della persona, un diritto
che fa capo unicamente al soggetto, nell'ambito di quel concetto
onnicomprensivo che è il diritto di ogni uomo all'autodeterminazione,
cioè di libertà. E il primo passo verso il riconoscimento di questo
diritto è quello di dare valore giuridico alla volontà del soggetto
espressa liberamente e coscientemente, cioè al 'testamento biologico',
o volontà anticipate, chiamate anche biocard, carta di
autodeterminazione, living will. Per ora diversamente da altri paesi
europei in Italia, il testamento biologico ha la possibilità di essere
preso in considerazione soltanto attraverso un passaggio che non è
giuridico, ma deontologico, vale a dire se i medici curanti ravvisano
nelle terapie che dovrebbero essere praticate il carattere di 'cure
inappropriate', in quanto il malato è giunto alla fine della vita e non
può guarire. Si tratta evidentemente di un criterio discrezionale (la
decisione di sospendere le cure può cambiare da medico a medico) e
quindi si avverte l'esigenza di una legge che tuteli l'inalienabile
diritto del malato a decidere come morire.
Le direttive anticipate dovrebbero essere l'estensione di quella
cultura del consenso che lentamente sta entrando nella società
italiana, e che è stata anche registrata dal Codice deontologico dei
medici, il quale con l'articolo 34 afferma che "il medico, se il
paziente non è in grado di esprimere la propria volontà, non può non
tenere conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso". In
Italia, secondo il Comitato nazionale di bioetica, che ha cercato di
semplificare al massimo il problema, le direttive anticipate potranno
essere scritte su un foglio firmato dall'interessato, e non solo i
medici ne dovranno tenere conto, ma dovranno giustificare per iscritto
le azioni che violeranno questa volontà. A mio giudizio, i tempi sono
maturi perché si passi dal piano etico al piano giuridico, tanto più
che il problema è universalmente sentito e che l'appoggio dato al
disegno di legge presentato al Parlamento tre anni fa è stato
trasversale agli schieramenti, perché si tratta semplicemente di
rispettare il desiderio di non dover subire cure inutili e penose.
Il testamento biologico tuttavia non esaurisce il problema.È dal
diritto a disporre della propria vita ed è partendo da questo principio
generale di libertà che vanno considerate le richieste che un malato
può rivolgere ai medici se si trova in uno stato di grave sofferenza e
di malattia inguaribile: il rifiuto di cure in eccesso, la richiesta di
essere aiutato e assistito ad accelerare una morte senza sofferenza che
viene data per pietà. Ma alla luce della ragione e della mia lunga
esperienza di medico mi chiedo: ci sono differenze tra 'lasciar
morire', 'aiutare a morire', 'provocare il morire'? Sul piano della
legge e della deontologia queste differenze possono valere ai fini del
codice penale e del codice di deontologia professionale, ma non lo sono
sul piano filosofico ed etico: rispondono tutte allo scopo che si
persegue, cioè quello di abbreviare con un atto di pietà le sofferenze
del malato.
La tanto citata ma poco conosciuta legge olandese al comma 1 dell'art.
293 recita: "Chi intenzionalmente toglie la vita a un'altra persona per
rispondere alla sua richiesta espressa e sincera, è punito con la
reclusione non superiore ai 12 anni". E al comma 2: "Il fatto previsto
sopra non è punibile se è stato commesso da un medico che rispetti i
rigorosi criteri indicati dalla legge relativa al controllo
dell'interruzione della vita su richiesta del paziente". Come si vede
l'etica di fine vita suggerisce il soccorrevole atteggiamento che
ascolta la volontà del malato. Se aumentare la quantità di vita non è
più praticabile perché i giorni, le ore e i minuti portano al malato
soltanto dolore e sofferenza, il medico consapevole e umano deve
rispettare la dignità del malato.
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