Sociologica
Idee in relazione.
Emile Durkheim

    Emile Durkheim (1858-1917), di origine ebraica ed alsaziana, viene annoverato tra i “padri fondatori” della sociologia. Vive in un periodo ed in un momento storico densi di avvenimenti e contraddizioni che iniziano a complicare la scena sociale e vede nella nuova disciplina proposta da Comte una possibile soluzione per ricostruire un ordine sconvolto.
    Nella Francia del 1870 il problema dell’ordine è invero tra i più pressanti. Persa la guerra contro la Prussia, gli avvenimenti della Comune di Parigi riportano alla mente di tutti gli sconvolgimenti della Rivoluzione. Il tessuto sociale sembra veramente sul punto di lacerarsi. Durkheim, per ragioni biografiche, è particolarmente sensibile a queste problematiche: nasce infatti in una regione tradizionalmente contesa, rivendicata ora dalla Prussia ora dalla Francia, dove il governo, le leggi, le stesse abitudini possono cambiare dalla sera alla mattina, con l’annessione all’una o all’altra nazione. È quindi comprensibile come egli veda in Comte un esempio da seguire: Comte che, come si è visto, aveva avuto la stessa aspirazione rifondativa nella Francia di cinquant’anni prima, uscita a pezzi dall’esperienza rivoluzionaria e poi imperiale.
    L’approccio durkheimiano alla sociologia è quindi sin dall’inizio connotato da aspirazioni metascientifiche, valoriali e religiose: essa è lo strumento con cui riportare ordine ed anzi fondarne uno nuovo, coerente con le esigenze del periodo. Il problema fondativo della disciplina viene affrontato e risolto descrivendo la società come una realtà sui generis che si impone all’individuo, pessimisticamente interpretato come incapace di autoregolazione e quindi di autonomia non distruttiva. La caratteristica principale del pensiero di Durkheim è quindi la netta scissione tra individuale e sociale, con l’affermazione di una netta prevalenza di questo su quello che gli permette, ad esempio, di rivolgere dure critiche agli economisti classici, accusati di non aver visto altra realtà che il singolo e di aver costruito su quest’errore tutta la loro teoria.
    La coesione viene assicurata ad ogni società (Durkheim non commette lo sbaglio di Comte di ritenere che ne esista una sola, di cui è possibile descrivere le leggi di funzionamento, ma diverse, ciascuna particolare e da investigare empiricamente) dalla solidarietà. Concetto-cardine della costruzione di Durkheim, essa cela in effetti quella che è la sua contraddizione fondamentale: l’antipsicologismo che connota così fortemente le opere del francese si sviluppa in un sistema che ha alla sua base un sentimento, qualcosa di arazionale, e che ambisce inoltre ad assumere una valenza etica e religiosa. La solidarietà, comunque, si distingue in due tipi: la meccanica e l’organica. La prima è caratteristica delle società semplici, dove vi è scarsa differenziazione e gli individui si assomigliano: hanno cioè ruoli simili e sono pertanto sostituibili gli uni agli altri.
    Con la crescita della popolazione della società e l’aumento della sua densità, le interazioni tra i componenti aumentano e si ha la fine della fase delle “somiglianze”: i singoli, in questa fitta trama interattiva, si diversificano e si individualizzano, arrivando infine a svolgere ruoli unici, che li rendono insostituibili. Essi sono ora legati dalla solidarietà organica, ma va sottolineato che il legame unisce i singoli alla società e non tra loro. Mentre in precedenza ognuno poteva infatti soddisfare le proprie esigenze da sé, sapendo fare quel che facevano tutti, ed era unito agli altri dalla coscienza della loro similitudine, ora deve affidarsi per il proprio sostentamento al corretto funzionamento dell’insieme, come ogni organo in un corpo è specializzato, ma non potrebbe sopravvivere da solo. Questa armonia derivata dalla divisione del lavoro è, come si è detto, una delle pietre angolari della teoria di Durkheim, ma anche uno dei punti su cui si è poi concentrata la critica: se infatti egli ambisce a forgiare la nuova ideologia della borghesia francese, non meno che ad elaborare una teoria interpretativa della realtà, come può conciliare solidarietà e concorrenza, il credo economico di quella classe? Possono derivare, in un sistema rigido e razionale, da uno stesso fenomeno – la divisione del lavoro – conseguenze opposte come quelle indicate? Questa rimane una delle aporie del pensiero durkheimiano.
    Si noti che anche Durkheim, come Comte e Spencer, dispone le società storiche lungo una linea evolutiva che va dalle premoderne alle moderne, ritenendo quindi inevitabile per tutte uno sviluppo simile a quello seguito dall’Occidente europeo. Divenendo sempre più complesse, le società divengono sempre più realtà sui generis, imponendosi con crescente efficacia ai singoli. Sono i fatti sociali a determinare i comportamenti ed anche quelli che vengono scambiati per sentimenti ed aspetti originali: la spiegazione di questi non può basarsi che su uno studio empirico di quelli: “Noi arriviamo dunque a rappresentarci in modo preciso il dominio della sociologia: esso comprende soltanto un gruppo determinato di fenomeni. Riconosciamo un fatto sociale in base al potere di coercizione esterna che esercita o che è in grado di esercitare sugli individui; e riconosciamo a sua volta la presenza di questo potere in base all’esistenza di qualche sanzione determinata o alla resistenza che il fatto oppone ad ogni iniziativa individuale che tenda a fargli violenza. Tuttavia si può definirlo anche mediante la diffusione che presenta all’interno del gruppo, purché si abbia cura – in base alle osservazioni precedenti – di aggiungere come seconda ed essenziale caratteristica il fatto che esso esiste indipendentemente dalle forme individuali che assume diffondendosi” (Durkheim 1969: 31).
    La sociologia si fonda come scienza in quanto studia i fatti sociali, che modellano in modi più o meno evidenti il comportamento individuale e sono quindi il tramite attraverso cui comprenderlo e in buona misura prevederlo. Per chiarire questo punto e ribattere alle prime critiche rivolte alla sua impostazione, Durkheim scrive Il suicidio, opera nella quale, grazie ad un esame di dati statistici, vuole dimostrare le radici sociali di quello che la cultura occidentale considera l’atto soggettivo per eccellenza. Lo spunto gli viene fornito anche dal preoccupante aumento del numero dei casi di suicidio che si stava verificando in quel periodo. La ricerca, sebbene segnata dalla rigida dicotomia tra individuale e sociale di cui si è già parlato, riesce a mettere in evidenza alcune cause sociali del fenomeno che assume, tuttavia, come uniche e non come concomitanti con una miriade di altri fattori di importanza indiscutibile. In essa l’autore individua tre tipi di suicidio:

a. il suicidio egoistico, caratteristico delle società in cui la prevalenza del sociale sull’individuale è insufficiente. Partendo da una prospettiva di pessimismo antropologico, è facile per Durkheim sostenere che, laddove l’ordine sociale è debole, il singolo è preda di se stesso e non ha alcun freno a mettere in atto i gesti più sconsiderati;

b. il suicidio altruistico, diffuso nelle società primitive, e che ha un carattere molto particolare, poiché interessa particolari categorie di individui che, per le regole interne della società cui appartengono, hanno il dovere di suicidarsi in certe circostanze: Durkheim cita ad esempio le mogli a seguito della morte dei mariti o accoliti e servitori a seguito della morte dei capi;

c. il suicidio anomico, conseguente ad uno stato di crisi proprio delle società avanzate, che l’autore chiama anomia. Questa potrebbe definirsi come una condizione oggettiva di assenza di norme, ma questa formulazione è più vicina ad un caso limite che ad una situazione osservabile. Conviene allora dire che si tratta di uno stato di cose in cui l’autorità morale della società è in crisi ed il singolo risente profondamente della mancanza di indirizzo che da essa normalmente deriva, giungendo fino al suicidio.

    Il primo ed il terzo tipo sembrano assomigliarsi, ma in realtà differiscono profondamente. Nell’egoistico, infatti, è l’autonomia individuale che si manifesta in forme patologiche, portando il singolo a pensare di potersi sottrarre alle proprie responsabilità; nell’anomico, invece, è lo spaesamento di chi è ormai abituato a farsi guidare in tutto dall’ordine sociale che spinge all’atto finale quando tale guida viene a mancare.
    Anche da questa analisi traspare l’ambivalenza della costruzione durkheimiana, che da un lato si vuole positivisticamente oggettiva e scientifica, dall’altro aspira a farsi ordine morale e religione capace di salvare la società da se stessa. Pur con questi severi limiti, comunque, l’opera del sociologo alsaziano rimane, per acutezza, profondità e ricchezza di spunti ed intuizioni, una delle più affascinanti e fertili della storia della sociologia.